BIGINO CARLESSI
OL "CLUF"
Dott. ZAMBONI
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Cav.  GINO ROSSI
Narno
 

 

Proprio in fondo alla discesa che porta alla “Cava”, un panettiere sfornava il suo pane. Mentre lo deponeva sulla bilancia, per pesarlo, discuteva con le comari sull’opportunità che gli stava per capitare. Opportunità unica nella vita, che, probabilmente, avrebbe fatto di lui un grosso personaggio. Le comari continuavano imperterrite il loro cicaleggio che copriva la debole voce del fornaio e, di tanto in tanto, gli mandavano una battuta: chissà se Bigino si sarebbe ricordato di loro, una volta divenuto famoso! In effetti, il gran giorno arrivò. Bigino Calessi, il panettiere della “Cava” partecipò alla famosa trasmissione televisiva LASCIA O RADDOPPIA condotta da Mike Buongiorno. E fu subito trionfo. Non solo il panettiere partecipò effettivamente alla trasmissione, ma vinse anche per parecchie settimane, rispondendo a domande sulla “tauromachia” (studio dei tori e delle corride), materia che proprio nulla aveva a che fare con la farina dei suoi sacchi. Bigino arrivò in televisione quasi in sordina. Era solito far visita, ogni domenica, ad un amico infermo alzanese: Franco Guadini. Questi desiderava tanto poter acquistare un apparecchio televisivo il cui costo, all’epoca, era peraltro proibitivo. Così l’infermo, che conosceva bene le capacità di Bigino e la sua preparazione in materia di tauromachia, decise di iscriverlo, a sua insaputa, alla gara. Il panettiere venne convocato a Milano, in Corso Sempione, e sottoposto ad una prima selezione. Risultato: trenta risposte esatte su trentadue. Poi, quaranta su quarantadue, alla seconda selezione. Quindi, finalmente, l’agognata apparizione televisiva. Calcò la scena di LASCIA O RADDOPPIA il primo gennaio del ’57 e tenne banco per otto settimane, sbaragliando tutti i concorrenti ed incassando un premio finale di cinque milioni e mezzo di vecchie lire. Una somma favolosa per quei tempi; più che sufficiente per poter comprare l’apparecchio televisivo all’amico infermo. Bigino divenne subito un personaggio famoso in tutta Italia. Alzano lo accolse, in trionfo, al suono della banda cittadina e tutta la popolazione esultò. Solamente i politici locali del momento, che probabilmente non amavano la franchezza del campione nel dire le cose, non lo degnarono nemmeno di un encomio o di un piccolo riconoscimento. Pazienza nemo propheta in patria, pensò Bigino. Dopo il trionfo, Bigino partecipò, quale gradito ospite, a varie trasmissioni televisive, fra le quali: IL MUSICHIERE condotto da Mario Riva ed il FESTIVAL DI SAINT VINCENT. Frequentò pure, assiduamente, il Festival del Cinema di Venezia, dove ebbe modo di conoscere personalmente attrici in voga all’epoca: Lucia Bosè, Sophia Loren, nonché altre Miss Italia del momento. Quindi venne invitato a gareggiare in trasmissioni televisive all’estero. Dapprima in Spagna dove vinse quattro milioni e mezzo, venendo pure ricevuto, in visita di cortesia, dal Governo spagnolo. Quindi in Francia, a Nimes. Qui vinse altri due milioni e mezzo e, all’arena cittadina, incontrò un giornalista che lo presento a Pablo Picasso. Il celebre artista ebbe a donargli, nell’occasione, un suo disegno raffigurante un toro nell’arena. Il suo studiolo, al primo piano sovrastante il negozio, era tappezzato di ricordi. Vi troneggiavano poster di corride, manifestini che riproducevano tori o arene, ricordi del Marocco, del Senegal e tante, tante fotografie. Eh sì, perché Bigino erastato anche un giramondo. Giunse fino a Capo Nord con un Cucciolo Ducati 48 che, a vederlo in fotografia, era poco più che una bicicletta a motore. Quindi a Dakar, in sella ad un Galletto Guzzi. A Tangeri, sempre in moto, si imbattè in un negozio riportante una scritta illuminata: Ol barber de Nember . Incuriosito entrò nel negozio e vi trovò tale Persico Giovanni di Nembro, il quale, abbandonata la Legione Straniera, si era prima messo con gli alleati americani, per poi decidere di rimanere in Africa. Sempre a Tangeri incontrò per strada il figlio del Sultano di Marrachèsh, che non riusciva a toglier egli occhi dalla sua Guzzi. Costui lo portò alla reggia paterna dove il nostro artista, panettiere e giramondo si esibì in un impasto di gnocchi freschi, (“le patate - era solito ripetere Bigino - erano talmente bianche e soffici che non si poteva non provare”). Il Sultano, prima diffidente, sembrò gradire e, dopo un assaggio di gnocchi al burro versato, si abbuffò con quelli al sugo di pomodoro. Sempre in uno dei suoi innumerevoli viaggi a Dakar, in Senegal, nel 1951 acquistò una piccola scultura in legno raffigurante un coccodrillo. Ma, al momento del rientro, la dimenticò sul comodino della sua stanza all’Hotel Mertropol. Quasi cinquant’anni dopo, in una calda serata d’estate, sulla piazza municipale di Alzano sulla quale si affacciava il suo alloggio, alcuni autisti senegalesi discutevano, animosamente, fra loro. Bigino, ormai ottuagenario, scesce in piazza e raccontò dei suoi viaggi nella loro terra e del coccodrillo dimenticato a Dakar. Che ci si creda o no, il coccodrillo, dopo cinquant’anni, ritornò al suo legittimo proprietario. Quando si dice: i predestinati! * (contributo tratto dal libro di Angelo Pellicioli: …così ricordo Alzano… per gentile concessione dell’autore)Proprio in fondo alla discesa che porta alla “Cava”, un panettiere sfornava  il suo pane. Mentre lo deponeva sulla bilancia, per pesarlo, discuteva con le comari sull’opportunità  che gli stava per capitare. Opportunità unica nella vita, che, probabilmente, avrebbe fatto di lui un grosso personaggio.

 

Le  comari continuavano imperterrite il loro cicaleggio che copriva la debole voce del fornaio e, di tanto in tanto, gli mandavano una battuta: chissà se Bigino si sarebbe ricordato di loro, una volta divenuto famoso!

 

In effetti, il gran giorno arrivò. Bigino Calessi, il panettiere della “Cava” partecipò alla famosa trasmissione televisiva LASCIA O RADDOPPIA condotta da Mike Buongiorno.

 

E fu subito trionfo. Non solo il panettiere partecipò effettivamente alla trasmissione, ma vinse anche  per parecchie settimane, rispondendo a domande sulla “tauromachia” (studio dei tori e delle corride), materia che proprio nulla aveva a che fare con la farina dei suoi sacchi.

 

Bigino arrivò in televisione quasi in sordina. Era solito far visita, ogni domenica, ad un amico infermo alzanese: Franco Guadini. Questi desiderava tanto poter acquistare un apparecchio televisivo il cui costo, all’epoca, era peraltro proibitivo. Così l’infermo, che conosceva bene le capacità di Bigino e la sua preparazione in materia di tauromachia, decise di iscriverlo, a sua insaputa, alla gara.

 

Il panettiere venne convocato a Milano, in Corso Sempione, e sottoposto ad una prima selezione. Risultato: trenta risposte esatte su trentadue. Poi, quaranta su quarantadue, alla seconda selezione. Quindi, finalmente, l’agognata apparizione televisiva.

 

Calcò la scena di LASCIA O RADDOPPIA  il primo gennaio del ’57 e tenne banco per otto settimane, sbaragliando tutti i concorrenti ed incassando un premio finale di cinque milioni e mezzo di vecchie lire. Una somma favolosa per quei tempi; più che sufficiente per poter comprare l’apparecchio televisivo all’amico infermo.

 

Bigino divenne subito un personaggio famoso in tutta Italia. Alzano lo accolse, in trionfo, al suono della banda cittadina e tutta la popolazione  esultò.   Solamente i politici locali del momento, che probabilmente non amavano la franchezza del campione nel dire le cose, non lo degnarono nemmeno di un encomio o di un piccolo riconoscimento. Pazienza nemo propheta in patria, pensò Bigino.

 

Dopo il trionfo, Bigino partecipò, quale gradito ospite, a varie trasmissioni televisive, fra le quali:  IL MUSICHIERE condotto da Mario Riva ed il FESTIVAL DI SAINT VINCENT. Frequentò pure, assiduamente, il Festival del Cinema di Venezia,  dove ebbe modo di conoscere personalmente attrici in voga all’epoca: Lucia Bosè, Sophia Loren, nonché altre Miss Italia del momento.

 

Quindi venne invitato a gareggiare in trasmissioni televisive all’estero. Dapprima in Spagna dove vinse quattro milioni e mezzo, venendo pure ricevuto, in visita di cortesia, dal Governo spagnolo. Quindi in Francia, a Nimes. Qui vinse altri due milioni e mezzo e, all’arena cittadina, incontrò un giornalista che lo presento a Pablo Picasso. Il celebre artista ebbe a donargli, nell’occasione, un suo disegno raffigurante un toro nell’arena.

 

Il suo studiolo, al primo piano sovrastante il negozio, era tappezzato di ricordi. Vi troneggiavano poster di corride, manifestini  che riproducevano tori o arene, ricordi del Marocco, del Senegal e tante, tante fotografie.

 

Eh sì, perché Bigino erastato anche un giramondo. Giunse fino a Capo Nord con un Cucciolo Ducati 48 che, a vederlo in fotografia, era poco più che una bicicletta a motore. Quindi a Dakar, in sella ad un Galletto Guzzi.  A Tangeri, sempre in moto, si imbattè in un negozio riportante una scritta illuminata: Ol barber de Nember . Incuriosito entrò nel negozio  e vi trovò tale Persico Giovanni di Nembro, il quale, abbandonata la Legione Straniera, si era prima messo con gli alleati americani, per poi decidere di rimanere in Africa.

 

Sempre a Tangeri incontrò per strada il figlio del Sultano di Marrachèsh, che non riusciva a toglier egli occhi dalla sua Guzzi. Costui lo portò alla reggia paterna dove il nostro artista, panettiere e giramondo si esibì in un impasto di gnocchi freschi, (“le patate -  era solito ripetere Bigino -  erano talmente bianche e soffici che non si poteva non provare”). Il Sultano, prima diffidente, sembrò gradire e, dopo un assaggio di gnocchi al burro versato, si abbuffò con quelli al sugo di pomodoro.

 

Sempre in uno dei suoi innumerevoli viaggi a Dakar, in Senegal, nel 1951 acquistò una piccola scultura in legno raffigurante un coccodrillo. Ma, al momento del rientro, la dimenticò sul comodino della sua stanza all’Hotel Mertropol.

 

Quasi cinquant’anni dopo, in una calda serata d’estate, sulla piazza municipale di Alzano sulla quale si affacciava il suo alloggio, alcuni autisti senegalesi discutevano, animosamente, fra loro. Bigino, ormai ottuagenario, scesce in piazza e raccontò dei suoi viaggi nella loro terra e del coccodrillo dimenticato a Dakar.

 

Che ci si creda o no, il coccodrillo, dopo cinquant’anni, ritornò al suo legittimo proprietario.

 

Quando si dice: i predestinati!

 

(dal libro "... così ricordo Alzano.." di Angelo Pellicioli)

 

BIGINO

CARLESSI

 

"CLUF" il ciabattino

Laddove finisce la piazza della Basilica, la vecchia strada intercomunale (che collegava l’alta valle con Bergamo) inizia una discesa che porta ad una località chiamata “Cava”. Proprio all’inizio di questa discesa trovava ubicazione, sulla destra, il negozio del ciabattino.

 

Era costui un vecchietto sull’ottantina, ricurvo di spalle a causa del suo continuo piegarsi sul desco e dotato di un folto paio di baffi del tutto somiglianti a quelli di Re Umberto. Questi sembravano appiccicati al naso, alquanto pronunciato, sempre inforcato da un paio di occhialini pinz-nez.

 

L’anziano artigiano, seduto nella sua cupa bottega, amava bofonchiare e canticchiare di nascosto, mentre con lo spago e la pece risuolava le scarpe dei monelli che, ignari del prezioso servizio, si dilettavano invece a burlarlo dalla strada. Accadeva, sovente, che il malcapitato si arrabbiasse e lanciasse dall’interno della bottega, con l’ovvia intenzione di colpire (mai una volta che ci riuscisse il poveraccio) tutto ciò che gli capitava per le mani.

 

Egli rappresentava, ormai, un’istituzione e, in paese, tutti lo chiamavano “Cluf o scarpulì”.

 

Era quella l’epoca in cui le scarpe avevano appena sostituito i più scomodi zoccoli e gli onnipresenti sandali. Di certo esse rappresentavano ancora un lusso e quindi bisognava usarle con parsimonia. Le mamme raccomandavano, perciò, ai figlioli di non usarle per tirar calci al pallone e di spogliarle subito, appena giunti a casa, per non rovinarle troppo. I più fortunati ne possedevano due paia. Quelle ordinarie, per tutti i giorni, e quelle di vernice per la domenica.

 

Considerato il loro costo non si potevano comprare spesso e quindi venivano più volte risuolate o rinforzate, in punta e tacco, con dei ferretti piatti che seguivano il ricurvo delle tomaie.

 

I ragazzi ci mettevano poco a capire che lo sfrido di dette borchie sul marmo granito del sagrato della Basilica, procurava scintille uguali a quelle prodotte dall’arrotino quando passava i coltelli sulla mola situata sulla sua bicicletta. Così nelle tiepide serate di maggio, dopo la funzione mariana, il sagrato, immerso nella semioscurità, era un continuo brillare di piccole scintille di fuoco.   

 

 

* (contributo tratto dal libro di Angelo Pellicioli:

 

   …così ricordo Alzano…    

 

per gentile concessione dell’autore)

 

IL Dott. ZAMBONI

Ferdinando Zamboni (detto Nando), medico chirurgo con specializzazione in ostetricia, è stato per lunghi anni medico condotto ad Alzano, nonché ufficiale sanitario comunale. Tutti gli alzanesi che lo hanno conosciuto lo ricordano, ancor oggi,  con affetto e stima.

 

Alto, sempre abbronzato, occhi magnetici e baffetti alla Clark Gable, capelli rivoltati all’indietro e sempre ben impomatati, impeccabile nei suoi vestiti di lino o di cashmere, camicie in pura seta e scarpe di coccodrillo bicolori; è così che appariva, agli occhi di tutti, il Dott. Nando Zamboni, quando, con “quel suo incedere elegante, quell’aspetto trasognato malinconico ed assente” si aggirava perle vie di Alzano facendo breccia nel cuore di ogni donna.

E’ questo il ritratto che rimaneva stampato, come da inchiostro indelebile, nella mente e nel cuore di tutti coloro che avevano avuto la possibilità di conoscerlo di persona.

 

Se il tempo, come una spugna, riesce a cancellare tutto, a far di tutta l’erba un fascio e a permettere che ogni cosa sprofondi nell’oblio totale, con lui nulla ha potuto.

 

Era stato prima medico chirurgo nella divisione ostetricia-ginecologica all’Ospedale Maggiore di Bergamo per poi divenire medico condotto ed ufficiale sanitario ad Alzano, dove aveva pure ricoperto la carica di Sindaco appena dopo la Liberazione del ’45. 

 

Tempi duri quelli, durante i quali, per esercitare il proprio mandato, occorreva tenere sempre a portata di mano un mitra appoggiato sulla scrivania. Qualcuno ricordava che, nel trambusto di fine guerra, in seguito all’uccisione di un soldato tedesco venne fatta una retata di cento ostaggi alzanesi. Nando Zamboni  e l’allora parroco di Nese non esitarono ad offrirsi in ostaggio in cambio del rilascio dei cento civili catturati dai germanici.

 

C’era nella gente di Alzano, anche fra i più anziani (per i quali egli nutriva uno speciale culto antico) quel timore reverenziale nei suoi confronti che, una volta era uso tra padre e figlio.

 

Ancor prima che medico, Nando Zamboni sentiva dentro di sé la vocazione del padre. Padre di tutti i suoi pazienti, e non solo, non avendo egli avuto figli propri. E, come tale, si sentiva autorizzato a montare su tutte le furie quando anche la più piccola prescrizione (e non solo medica) da lui dettata non  veniva osservata alla lettera.

 

Si sentiva padre quando, essendo stato richiesto il suo intervento, in piena notte, si precipitava in pigiama, vestaglia e pantofole, o in mezzo alla neve, per assistere i suoi pazienti nei casi più urgenti.

Senza mai pretendere una lira. Anzi, il più delle volte, era magari lui che lasciava qualche obolo ai pazienti più bisognosi ed alle loro famiglie.

 

Si sentiva padre  quando si rifiutava di visitare le gestanti nei primi mesi di gravidanza, sostenendo che la maternità rimaneva  avvolta nel suo mistero e che, in assenza di patologie particolari, una visita ginecologica prematura, poteva essere superflua, se non di troppo.

 

Si sentiva padre quando aiutava le donne a partorire nelle cascine rurali, quando le consolava per le troppe gravidanze ripetendo loro che un figlio era pur sempre un dono di Dio. E la predica veniva da uno che stava alla Chiesa, così come il diavolo stava all’acqua santa.

 

Si sentiva padre quando piangeva come un bambino nel momento stesso in cui s’accorgeva che per un suo anziano paziente era sopraggiunta l’ora estrema, o quando riusciva a discernere, a colpo d’occhio, e con insolita abilità, i malati veri da quelli immaginari. 

 

Sosteneva che ognuno deve essere il primo medico di se stesso e che ogni madre doveva essere il primo medico dei propri figli.

 

Capace di passioni travolgenti, sia nella vita privata sia nel lavoro, non ammetteva vie di mezzo e non accettava compromessi di sorta. Le sue posizioni, così nel bene come che nel male, erano nette e non lasciavano spazio ad equivoci. Bianco al bianco, nero al nero; questi erano i colori del suo carattere.

 

Forse era proprio questo suo inafferrabile ed acceso coraggio, questo suo insolito porsi di fronte alla vita, questo atteggiamento di sofferta sfida, a fargli catturare la stima e l’ammirazione di tutti, pure dei suoi detrattori. E questo anche se non tutto di lui poteva essere condiviso: in particolare il suo stile di vita un po’ troppo trasgressivo per l’epoca, stile che poteva suscitare alcune perplessità.   

 

Una cosa, però è certa: Alzano e gli alzanesi dovevano molto all’uomo, prima ancora che al loro medico. E tanto è bastato per fugare ogni illazione.

 

 

* (contributo tratto dal libro di Angelo Pellicioli:

 

   …così ricordo Alzano…    

 

per gentile concessione dell’autore)

 

Cav.  GINO ROSSI

"OL NARNO"

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